Il tango che vorrei

   UNO.

“Non ci credo”, disse il maestro di ballo all’allievo che insisteva a ripetere:”Non ce la faccio, non ce la faccio!”

E così via continuando, come una litania, senza fine, senza contegno. Lui, l’allievo, era inconsapevolmente determinato a farsi interprete dei suoi tempi, molto televisivi, molto incerti, esagerata immagine e scarsa cultura. Finita l’era delle ideologie e degli ideali, la Repubblica andava visibilmente incontro al regno del superfluo, ai giochi di ruolo e a tutto quanto fa spettacolo. L’allievo si chiamava Augusto Orsomando Diomedi. Era di nobile stirpe. Appena 26 anni, jeans sfilacciati, un filo di rimmel e un’identità sessuale assai altalenante. Era felice? Non era felice? Non lo sapeva e neanche se lo chiedeva. Gl’importava solo di vivere a suo modo, alla giornata. I punti di riferimento erano saltati. Il padre s’era innamorato di un altro uomo e aveva lasciato l’antica magione di famiglia per trasferirsi in un alveare di periferia. La madre aveva pianto, poi ne aveva preso atto e s’era rinchiusa in un quasi assoluto mutismo. Monaca di clausura. Non usciva più di casa e guardava la tivù senza soluzione di continuità. 

Augusto si era sentito irrimediabilmente marginale, incartato nella folla di presunti amici. Gli occhi grandi e tristi, colorati d’un azzurro tenue, fissavano il vuoto anche quando gli si chiedeva attenzione. Smarrimento totale. E propensione al ballo, al tango e al cha-cha-cha. Si esprimeva nello spazio, nella prossemica senza parole. S’affacciava così un nuovo modo di comunicare, un linguaggio del corpo, forte di radici antiche, di inenarrabili sofferenze. Nessuno poteva aiutarlo a superare l’ostacolo, neanche Andrea, il transgender con cui faceva coppia  ormai da due anni. Lui, o meglio lei, veniva da tutt’altro pianeta, profonda periferia, padre operaio, madre casalinga, fatica e ancora fatica, vita agra, salario da fame, quando arriva la fine del mese? Mai. E poi il rifiuto, la non accettazione, la perfidia della gente di fronte alla schiettezza di un orientamento sessuale non proprio maggioritario. Andrea e Augusto s’erano conosciuti sul set di un cinepanettone, una pellicola senza pretese con comici all’acqua di rose. Risate facili, niente a che vedere con le commedie graffianti. Comunque leggere. Liberatorie. Loro non dicevano una battuta. Comparse. Un pugno d’ore per qualche euro, che faceva gola a tutti, ricchi e poveri. Bisogni trasversali, che univano le classi, soprattutto i giovani. Tra loro un amore platonico. Niente sesso, troppo impegnativo. E poi Augusto era attratto anche da Erika, compagna d’università. Studiavano scienze motorie e, nel tempo libero, frequentavano le balere, vai col liscio! Erika, 23 anni, era alta un metro e 82. Non si può dire che passasse inosservata. Una cascata di capelli biondi e ricci, un viso irregolare sovrastato da un magnifico naso aquilino. Non era bella nell’accezione più comune, ma – caspita! – che presenza, che fascino! Era molto corteggiata Erika. Dai colleghi e anche dai professori. Ma non se ne curava. Solo Augusto aveva fatto breccia in qualche angolo remoto del suo cuore. Una passione inconfessabile. I due si sfioravano, si accarezzavano, ma non andavano oltre. Timidi e mai inclini alla naturalezza, alla semplicità dei rapporti. Un sottile velo di malinconia li avvolgeva. E una smorfia per sorriso. Ci sarebbe voluta una mazurka per svegliarli, per dar loro un colpo di frusta, capace di inquadrare il mondo in una prospettiva visionaria. Ma il tempo del liscio era come un attimo, fuggevole, e la vita era una strada impervia, confusa e pericolosa. Meglio, molto più semplice, rifugiarsi nella realtà virtuale, nel quadro sfavillante dei social network. C’era una comunità apparentemente calda dall’altra parte dello smartphone e c’era un triangolo senza tempo davanti ai nostri eroi. Augusto, Andrea, Erika, cercavano un ruolo, un’identità, una guida, ma era tutto difficile, maledettamente difficile. Era un salto nell’ombra.

  DUE.

Erika aveva paura del lungo intreccio di stradine che portavano all’accogliente villetta di famiglia. Abitava davanti al porto. E c’era pericolo. Soprattutto la sera. “No, non sono razzista”, si ripeteva, ma quando le si avvicinavano i mille volti dell’immigrazione, era più forte di lei, un crampo alla gola e uno allo stomaco. Terrore. Eppure ne conosceva tanti ragazzi arabi e africani. Era molto amica di Alina, diciott’anni, origini nigeriane, nata in Italia ma senza cittadinanza, anagrafe sospesa, come un caffè napoletano, magari bevuto ai tavolini del “Gambrinus”. Lei non se la prendeva, non sembrava ne soffrisse più di tanto. I suoi grandi occhi scuri illuminavano un sorriso beffardo. Non c’era più spazio per il dolore. Il padre di Alina era scomparso nella traversata, quando lei era ancora nella pancia della madre. Che le aveva raccontato tutto dopo molto tempo, alla soglia dell’adolescenza: la tempesta improvvisa, l’onda assassina che aveva travolto l’esile imbarcazione, la tragedia a due miglia dalla costa, con gli scafisti impassibili, senz’anima, senza pietà. Erika non sapeva niente, perché Alina se lo teneva per sé il racconto della sua sconfitta, che poi non era una sconfitta perché quella storia l’aveva resa più forte, vaccinata, pronta ad affrontare qualsiasi sfida. 

Erika era arrivata a casa. Non aveva più nulla da temere, ma fece un salto, s’irrigidì, quando si sentì afferrare la spalla. Niente paura, era proprio Alina. Erika poteva rilassarsi. Alina la fissò dritto negli occhi e le chiese se sapesse mantenere un segreto. 

“Spara”, disse Erika, “Caspita! Sono una tomba”. 

Seguirono lunghi secondi di silenzio, poi Alina prese coraggio:”Ecco, l’ho fatto!”

“Che significa? Cosa è successo?”

“No, non volevo, mi devi credere. Ma quando mi è saltato addosso, non ci ho visto. È spirato in un attimo, un battito di ciglia”.

Alina piangeva. Il fiato corto. Respirava a malapena. Erika la fece entrare e la convinse a stendersi sul divano. Ma si dimenava. Sembrava non trovare pace. Finché all’improvviso piombò in un sonno profondo. Praticamente svenuta. La lasciò riposare senza chiedersi la trama, la traccia, di quel dramma che evidentemente si era consumato e che forse, di lì a poco, avrebbe messo in seri guai la sua amica, che sembrava un angelo nero, un cherubino scuro e cremisi, scia di sangue dietro le spalle. Avrebbe dato mille euro, che non possedeva, per scoprire chi erano gli attori di quella tragedia, burattini sul palcoscenico della crudeltà. Ma le avevano insegnato il rispetto, dote rara, quasi unica, nella mortificazione planetaria della sensibilità. Le avevano insegnato a fare un passo indietro ogniqualvolta c’era la necessità di dare spazio alla sincerità, senza pregiudizi, senza opportunismi, senza calcoli né tornaconto personale.

Erika era fatta così. E spesso ne aveva pagato le conseguenze. Nessuna giustificazione, nessuna scusa per chi si mostrava a tutti senza sovrastrutture, senza la maschera untuosa dell’ipocrisia. Come quando aveva difeso l’amore tra Augusto e Andrea, minacciati da una banda di bulli figli di gente perbene, minorenni omofobi che annusavano la pista della violenza e se ne facevano interpreti spietati. Un casto bacio tra i due giovani amanti, discreti, mano nella mano, era bastato a scatenare l’insofferenza, gli insulti e poi giù botte. Uno, due, tre pugni e schiaffi e calci, a terra. Un’aggressione cieca, un inno all’intolleranza, a mezzogiorno quasi scoccato d’un insolito inizio di primavera. Nuvole basse e spilli di pioggia. Atmosfera spettrale. E la gente guardava, ferma e muta di fronte allo spettacolo nitido della ferocia. E non si sarebbero fermati se non fosse intervenuta una giovane donna combattuta tra paura e generosità, ma infine decisa a rompere gli indugi. Erika, con la forza della disperazione, aveva cacciato un urlo, provocando sorpresa, scompiglio e panico. E la fuga immediata di quegli adolescenti senza legge né regole. La voce le si ruppe improvvisamente in gola. Ma era bastata a far dileguare i carnefici e la piccola folla unita da un lucido cinismo morboso.

   “Dai, è tutto finito!”, aveva provato a incoraggiarli Erika, “su alzatevi, andiamo via“. Ma loro erano inerti, come senza vita. Volti, spalle e arti tumefatti. Parlavano solo i tatuaggi, braccia e collo popolati da una densa creatività prorompente, che opprimeva quei corpi fino all’inverosimile, quei corpi che chiedevano tregua, che domandavano spazio, respiro – come una stanza sovraccarica di mobili, quadri e oggetti d’ogni tipo – ma ottenevano solo l’affastellarsi di nuovi incubi, cui l’artista dava forma nel suo sgabuzzino maleodorante. Incubi su commissione come inquieti sogni realizzati che andavano a sottrarre leggerezza e innocenza a schiene e mani e toraci immacolati, gridando disperatamente:”Eccomi, sono qui, con la mia unicità, con i particolari che fanno di me un essere irripetibile, un’opera d’arte vivente, altro che Picasso o Mirò,”

Il primo segnale di pericolo scampato venne dal piercing di Augusto. Campeggiava su una lingua diafana, anemica, che aveva fatto capolino da labbra carnose e armoniche. Un messaggio luccicante che affiorava quasi dall’aldilà. Si svegliarono frastornati, fiaccati e doloranti. Erika voleva accompagnarli al pronto soccorso, ma loro si schermirono. Erano sopraffatti dalla vergogna, dalla non accettazione di sé stessi, delle proprie pulsioni. Preferirono leccarsi le ferite in solitudine, senza concessioni a quella pur ristretta socialità che trasudava da un’asettica stanza d’ospedale. Erika li guardò in faccia con sincera compassione, anticamera dell’affetto. Fu allora che riconobbe Augusto, quel ragazzo un po’ effeminato, sempre in disparte, che frequentava la sua stessa università. “Dammi un cinque”, gli disse ricambiata. Era nata un’amicizia per la pelle. 

   TRE.

Alina si svegliò nella penombra del salone. Stordita. Dalla grande vetrata giungevano schiamazzi di clacson e strilli di bambini irrequieti, forse tormentati da genitori e nonni opprimenti. Era sola e aveva archiviato la camera della memoria. Tutto troppo insostenibile. Erika entrò con una tazza d’acqua bollente, in cui aveva sciolto una tisana calmante, passiflora e curcuma, forte retrogusto di zenzero. Alina non si fece pregare. Sorseggiò la bevanda, dopo essersi messa a sedere su una poltrona senza braccioli, lo sguardo perso nel nulla. Non aveva voglia di parlare, di svelare il retroscena di quel brutto pasticcio appena accennato. 

Erika era divorata dall’impazienza, ma non la forzò. Cercò di distrarla raccontandole quello che aveva fatto la sera prima.  Era andata a teatro, la sua passione. E s’era persa nella recitazione frammentata, nella figura irregolare di un’attrice atipica, divina creatura dagli occhi obliqui e penetranti, voce roca e possente, capelli rossi quasi rasati, esile, minuta, eppure immensa presenza scenica. Una forza della natura. Un mito. Erika la inseguiva da tempo. Aveva comprato il biglietto un mese prima. E aveva contato i giorni, le ore. Un’attesa estenuante ma anche eccitante. La sala era stucchi e velluti. Il palcoscenico ampio e profondo. Scenografia essenziale. Costumi minimali trovati in un mercatino. Lei era una Medea molto cinematografica, una Callas rivista e corretta, alla luce della sua personalità, di una capacità inusuale nell’esprimere sensazioni e capricci, volubilità e mistero. Il pubblico rapito, catturato, estasiato. “E’ una Dea”, dicevano ma lo dicevano anche delle assidue frequentatrici dei giornaletti rosa. “Chi è più in grado di distinguere il talento dall’ovvio?”, si chiedeva Erika e fissava il pubblico adorante. Ben vestiti, eleganti e casual, alla moda, capigliature esagerate ( una vita dal parrucchiere ), volti stravolti ( la morte ti fa bella! ) e tanta tenerezza. Il popolo della platea e dei palchetti non le piaceva. Non le piacevano quegli sguardi attoniti, immobili, sorrisi falsi e applausi facili. Era l’agonia del teatro, angeli caduti della pseudoavanguardia. Ma lei non se ne lasciava intimorire. Era forte Erika. Quasi inaffondabile. Era stata progettata per adattarsi a quei tempi bui. Ed era incredibilmente capace di lasciare la porta aperta alla speranza.

Bussò al camerino del suo idolo. Lei l’accolse con cortesia, l’umiltà dei grandi. Era stanca, malata, un’età indefinibile, una tempra ferrea, un carattere indomabile. Era seduta davanti allo specchio. Spalle cascanti, fragili, e tanti ricordi. Le foto accanto ai trucchi, ai colori delle sue mille maschere. Lei con Fellini a Cinecittà. Lei con Visconti, con Strehler, con Ronconi. I suoi amati registi, i confidenti, gli amici. Lei metà donna e metà cavallo. Lei su una spiaggia incantata, set di un famoso film (virale, per usare un linguaggio in voga). Lei con sua madre. Lei bambina. Lei con tutti. Lei sola, lo sguardo indecifrabile, spaurito. “Siediti”, ordinò. Erika ubbidì. E chiacchierarono amabilmente, come due sorelle. Sembravano coetanee.

“Vuoi lavorare nel teatro?”, disse la diva. “Mi piacerebbe”, rispose la ragazza. “Allora potresti farmi da segretaria”. Le diede le chiavi di casa e concluse:”Cominci domani”. Non una parola di più. Solo uno sguardo d’intesa e la gioia di Erika, trionfante, il mondo ai suoi piedi, un brutto mondo che all’improvviso diventava bello. Erika sapeva che non era vero, che tutto cambiava da un momento all’altro. Ma niente le impediva di entusiasmarsi, di godersi quegli istanti nervosamente fantastici.

   QUATTRO.

Al padre di Erika l’idea era piaciuta. L’aveva accolta con un applauso, un abbraccio e un bacio. “Ma promettimi una cosa”, l’aveva implorata, “ non abbandonare gli studi”. “Non ci penso nemmeno”, la risposta immediata, “Adesso ho un motivo in più per frequentare le lezioni: un lavoro!”. Erika sognava ad occhi aperti un futuro, un presente meno incerto, meno disperato. Suo padre ne era sempre stato fiero, ma ora aveva trattenuto a stento le lacrime. Commosso. Felice. Lui era un giornalista di lungo corso, ex comunista. Aveva assistito con sgomento al crollo del muro di Berlino, ma poi erano prevalsi gli anticorpi, la via italiana al socialismo, la memoria di Matteotti, il coraggio di Gobetti, compagno di strada di Gramsci e quel flash del segretario che moriva, ma continuava a parlare davanti alla folla sconcertata. E poi quell’altro flash, il comico premio Oscar che lo prendeva in braccio e lui, il segretario, sorpreso, arreso: un timido sorriso, schivo, riservato, sardo. E  c’erano i maestri, quelli che t’insegnavano il mestiere, ma anche la trincea della moralità. Schiena dritta, compromessi ma non sotterfugi, dialoghi ma non sette, logge segrete. Capacità d’indignarsi, senza bisogno di riflettori, di maratone televisive e di selfie postati nella pagina Facebook. Era un cronista di razza, un segugio tuttofare incline a crisi altalenanti, stress, fragilità, che gli avevano ostacolato la carriera, gli slanci di gioventù, le giuste ambizioni. Aveva smarrito il senso di realtà Marco Crocetti, ma sulla soglia dei cinquant’anni decifrava tutte le sue sfumature: irritabile e gentile, permaloso e disponibile. Intelligenza lenta e farraginosa. Non invidioso. Sempre pronto a critiche generose e a riconoscere che “per fortuna, ci sono ancora uomini e donne più preparati di me, che inseguo con fatica, senza però rinunciare a confrontarmi, senza sottrarmi alla gara”. Non era solito voltare le spalle Marco. Era uno spettatore appassionato. Cinema e teatro, in primo piano. S’era laureato con una tesi su Pirandello, su Marinetti e sul grottesco. Rivoluzionari. Padri discussi della fucina novecentesca – personaggi in cerca d’autore e parole in libertà, – fari della sperimentazione, oggetti smarriti, tenuti in disparte. Eppure c’era stato un tempo in cui trascorreva le sere nelle prime file. Finiva le giornate nelle sale, poltrone rosse e oro, accanto a politici di rango e star dello spettacolo. L’accompagnava una ragazza affascinante, bella, indipendente. Fra loro un amore tormentato, il primo veramente importante, un rapporto cementato da interessi comuni, curiosità, studi, pranzi in trattorie con quadri d’autore e tavoli condivisi con avventori sconosciuti. Praticamente una festa mobile. Sembrava un film ispirato ad Hemingway, “di là dal fiume e tra gli alberi”. Vivevano in un romanzo, un sogno infranto da caratteri inconciliabili, da insorgenti reciproci dispetti, dal fatto che è praticamente impossibile percorrere la stessa strada se ci si è conosciuti così giovani e si abita in città diverse, separate dai chilometri e dal mare. “C’è chi si arresta e chi va avanti – pensava Marco. – Ed eccomi qui: io mi sono fermato”. Si sentiva travolto dalla sua indolenza, dalla scarsa frequentazione di amici e curiosità. Progressivo isolamento, nella casa davanti al porto – non distante la spiaggia quasi africana, – con una moglie artista sensibile, creativa, frenetica  – charme e semplicità – che, insieme alla figlia, riempiva la sua vita senza più spessore.

Era a teatro che Marco aveva visto la grande attrice. Inizio anni ottanta. Sulla scena l’istrionica cantilena del mattatore che imponeva nuovi linguaggi. Cultura della sottrazione, dell’inverosimiglianza, tradizione e innovazione, frasi frastagliate e frantumate. Andarono alla prima. C’era anche il Presidente partigiano, presenza senza enfasi. E c’era lei, confusa nel pubblico.  Chiacchierava con un vecchio intellettuale, militante di sinistra, amico di pittori e scultori. Sobria e riflessiva, non attirava l’attenzione. Non era in evidenza quella sera. Non occupava lo spazio. Ma sapeva che c’era un tempo per tutti. Bastava aspettare, essere pazienti e avere volontà, carattere. Marco non l’aveva capito. Troppo impegnato nell’autocompiacimento, nell’adorazione del divismo smaccato. Troppo concentrato su se stesso. Su quel mondo dorato. Una giovinezza ostinata, bianco e nero, senza grigi, senza degnare di uno sguardo chi sente la necessità di stare nell’ombra. Nella pausa dello spettacolo, Marco, occhi luccicanti, commentava fitto fitto con una cascata di capelli lisci, lunghi, illuminati dai colpi di sole. Il Presidente fumava la pipa. Il pubblico non capiva ma aspettava impaziente, pronto al battimani. E la diva umile aveva già fatto perdere le sue tracce, quando l’attore irriverente e geniale aveva riannodato il suo formidabile racconto scenico. Ah! Naturalmente fu un successo!

   CINQUE.

Bussavano. Augusto corse verso la porta. Attendeva Andrea che gli aveva mandato un messaggio via whatsapp:” Ci vediamo tra un’ora. Aspettami”. “Ok”, la risposta. La madre girava per casa, sofferente e disorientata. Erano quasi le due del pomeriggio, ma non s’era lavata né vestita. Chioma arruffata. Da mesi non andava a lavoro. Insegnava lettere in un liceo classico. Ma aveva perso l’entusiasmo dei primi anni. Passava il tempo sul letto a baldacchino, camera nobile della dimora di famiglia. Fuga di sale e mobili antichi, di diverse epoche. Arazzi, camini, muri di pietra pavimenti a scacchi e mosaici. Spazi, angoli e arredi della sua solitudine. 

Augusto la fissò con affetto e le diede un bacio, prima di far scattare la serratura. Sorpresa!  Non era Andrea ma Alina. Chiedeva ospitalità. “Dai, vieni avanti”. Augusto non le domandò perché, né lei offrì spiegazioni. Non avevano bisogno di altro per dare un senso alla lealtà, alla fiducia, al riconoscimento di valori comuni, all’amicizia sincera. “Solo per questa notte”, disse Alina. E si liberò del peso di uno zaino comprato in uno dei tanti negozi cinesi, scaricandolo su un materasso ultracentenario, un giaciglio di ciliegio intarsiato, in una stanza appena sfiorata dal sole, dalla luce di una finestrella, e dominata da ritratti di antenati seriosi, che raccontavano vicende assolutamente sconosciute.

Alina, la ragazza di colore, passò la notte in bianco. Tormentata da una verità inconfessabile, non poteva dormire. Cadde in uno stato simile al sonno e ripercorse il suo dramma. Passeggiava nel centro storico, quando incrociò l’uomo che avrebbe ucciso. Lui l’apostrofò con frasi razziste, poi l’afferrò alla gola. “Via dall’Italia – gridò, – torna giù in Africa, questa non è casa tua”. Il sovranista, difensore della razza ariana, non era armato, ma le sue parole avevano ferito a sangue Alina, che si difese estraendo d’impulso, estraendo dalla sacca a tracolla una limetta per le unghie. E colpì con la violenza nata dal disprezzo e dall’odio. La violenza che aveva trasformato Alina in una macchina da guerra, uno strumento di morte, che aveva dato vita ad una danza macabra, un nuovo ballo molto in voga nelle contrade d’Europa. Un ballo che ricordava Auschwitz e milioni di morti viventi, che reclamavano giustizia, una giustizia promessa e dimenticata dal fuoco incrociato dell’ignoranza.  Alina non poteva saperlo, Alina donna senza patria ch’era diventata carnefice è vittima del teatro della crudeltà.

   SEI.

Erika aveva cominciato il suo lavoro nella casa della grande attrice. Un lavoro che, per il momento, niente aveva a che fare col palcoscenico. Dietro le quinte, sentiva gli applausi in lontananza. Un giorno forse avrebbe affrontato il pubblico e sarebbe diventata famosa, come la mattatrice che le aveva aperto la strada, le aveva dato fiducia. Ma non c’erano certezze. Il futuro, l’orizzonte intrecciava le sue mani con le braccia della sorte. La grande attrice era molto esigente, occupava tutto il suo tempo ed Erika glielo concedeva volentieri. Come avvenne nella pomeridiana in cui sbalordì il Piccolo teatro di Milano, fino all’estremo respiro. 

Erika – concluso lo spettacolo – evitò di disturbarla. La vide ritirarsi in camerino. Colse una smorfia, una piega delle labbra. Ma si rifiutò di interpretarla. Aveva voglia di camminare. L’albergo era a poche centinaia di metri, vicino piazza Duomo. Milano si mostrava nella sua grande, misurata, bellezza. Scenari e colori e toni irresistibilmente coinvolgenti, che costituivano un tutt’uno. Un unico, immenso, palcoscenico. Finalmente riconosceva la città magica e misteriosa narrata da scrittori che l’avevano amata e fatta amare. Erika era rapita, come in un vortice accecante, che però non gli impedì di vedere quella locandina che incorniciava la sala cinematografica. Profili inconfondibili, che nei racconti di suo padre erano divenuti mitici. Marron Brando e Maria Schneider, in una Parigi struggente, ballavano l’ultimo tango di Bernardo Bertolucci.

Sensazioni intense, conflitti, tormenti, E allora Erika immaginò se stessa e Augusto e Andrea e Alina, tutti insieme, in un remake di quel film epico. Un tango altero e composto, senza scatti, con i tempi giusti, ballato da uomini e donne di razze diverse e di diversi orientamenti sessuali. Un tango contaminato da danze e musiche, miscuglio di culture, tradizioni, visioni. Una grande festa laica e religiosa, capace di rappresentare un’umanità dolente ma non rassegnata. Capace di dare forma artistica alle passioni affioranti, al mondo nuovo. Dal teatro al cinema. Un sogno. Erika lo avvertì quasi fosse un incubo. Poi improvvisamente si rasserenò e sorrise. Pensò alla grande attrice, che non avrebbe più visto, a si avviò verso l’hotel. Con passo agile, molto slow, mentre Milano andava incontro alla sera e veniva illuminata da un cielo di colore indescrivibile, fiammeggiante, prima di sparire nel buio.

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