Totò visto da Fellini

“Improvvisamente il piccolo corvo funebre soffiò sulla candela, alzò la bombetta e disse al pubblico: Buona Pasqua! Ma non era Pasqua. Era novembre e la sua voce era quella di un sepolto vivo che chiedeva aiuto. Davanti a Totò si era colpiti dalla stessa meraviglia che prova un bambino di fronte a un fenomeno meraviglioso, a un’apparizione sorprendente, a un animale fantastico come la giraffa, il pellicano, il bradipo, una meraviglia mista alla gioia e alla gratitudine di vedere materializzarsi l’incredibile, il prodigioso e il fiabesco. Questo volto improbabile – una testa di argilla staccatasi dalla statua e ricomposta affrettatamente prima dell’arrivo dello scultore, al quale si vuole nascondere la catastrofe; questo corpo disarticolato, di gomma, questo corpo da marziano, da robot, da incubo gioioso; questa creatura di un’altra dimensione, questa voce sorda, lontana, disperata: tutto era inatteso, inaudito, imprevedibile, differente, che subito ci comunicò un muto stupore, ma anche una ribellione nuova, un senso di totale libertà verso ogni tabù, ogni legge e norma, contro tutto ciò che è legittimo, lecito e codificato dalla logica.
Come tutti i grandi clown Totò incarnava la contestazione nella sua totalità. La scoperta più emozionante e confortante fu l’aver riconosciuto in lui tutta la storia e gli aspetti caratteristici degli italiani portati agli estremi: la nostra fame, la nostra miseria, l’ignoranza, l’indifferenza piccolo borghese, la rassegnazione, lo scetticismo, la vigliaccheria di Pulcinella. Davanti a questo pubblico limitato e accaldato, così attento e riconoscente, Totò, elegante, divertente e lunare incarnava l’eterna dialettica dell’abiezione e della sua negazione.”

Federico Fellini

(Illustrazione di Fellini, rivisitata da
@stefmorgante)

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